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Business e startup

OBIETTIVI vs RISULTATI: del perché ho smesso – o quasi - di usare la parola “obiettivo”.

Autrice

Elena Re
Coaching e mentoring per mamme imprenditrici!

Pubblicato

22 ottobre 2014

Tempo di lettura

5 Min


pubblicato su CoachMag - il Magazine del Coaching - Luglio 2014: numero dedicato a "Il potere della parola"
 
Il potere della parola.

In merito a questo argomento è già stato scritto tanto, soprattutto nell’ambito delle professioni – coaching, ovviamente, incluso - basate sull’ascolto e sulla comunicazione, sul significato e la struttura del detto e del non detto. Il linguaggio è il nostro strumento di lavoro, di conoscenza, di crescita; in qualche modo, è il nostro modo di amare. Conosciamo la teoria e non ci stanchiamo mai di approfondirla, e ne tocchiamo con mano il potere generativo e trasformazionale nella pratica quotidiana.

Così, per evitare di cadere nella tentazione dell’approfondimento teorico e data la mia predilezione per l’utile piuttosto che per l’intellettualmente appagante, preferisco in questa occasione concentrarmi sugli aspetti pratici dell’argomento e condividere una riflessione che nasce dalla mia personale esperienza, e che riguarda una parola ricorrente nella nostra professione: OBIETTIVO.

Come essere umano, come appassionata di crescita personale e come professionista del settore Risorse Umane, ho acquisito negli anni una certa famigliarità con l’attività del definire e prefissare obiettivi, in ogni sua sfumatura, a partire dalla versione casereccia denominata “propositi per l’anno nuovo” per finire alle diverse varianti imprenditoriali e/o aziendali del goal setting (e relativi sinonimi declinati per centro di costo).

Nel tempo l’appuntamento di inizio anno è diventato una sorta di rito propiziatorio al quale difficilmente mi sottraggo, a meno che io non sia nel pieno della realizzazione di quanto programmato l’anno precedente, e quest’anno non lo avrei mancato per nulla al mondo, perché con il 2013 ho chiuso una parte importante del mio percorso professionale per far evolvere la mia vocazione per il coaching nel 100% della mia attività lavorativa, e quindi ritenevo importante impostare il 2014 nel modo migliore.

Mi sono quindi concessa tutto il tempo necessario per guardarmi dentro, elaborare le mie emozioni e i miei desideri, trovare le parole più appropriate (alias emotivamente pregnanti ed evocative) e tradurle in immagini, suoni e sensazioni, creando film mentali ricchi e coinvolgenti, definendo le tappe del percorso con modalità adeguate che mi concedessero anche la necessaria flessibilità di approccio: insomma mi sono impegnata e ho fatto un lavoro “a regola d’arte”, producendo intorno al 10 gennaio un manifesto, che mi riempiva di soddisfazione, dal titolo “2014 - Obiettivo CCCA” (e no, non vi dirò lettera per lettera cosa significa questo acronimo, anche se sono sicura che per almeno una C potete immaginarlo).

Sennonché, a metà febbraio, mi sono resa conto che:
  • Non avevo fatto i progressi che avevo programmato e sperato, e che rappresentavano una conditio sine qua non al compimento dei passi successivi sul percorso prefissato;
  • Non mi sentivo affatto coinvolta e motivata come avrei, secondo tutta la teoria acquisita negli anni, di fatto dovuto essere.
Sapevo che non era una questione di contenuti, dato che avevo elaborato obiettivi cui tenevo, e tengo tuttora, moltissimo; pertanto doveva essere qualcosa di diverso. E, da brava coach-in-progress, ho cominciato a farmi domande, fino a quando, giocando con le parole, mi sono resa conto di una distinzione linguistica per me fondamentale: il termine “obiettivo”, che avevo ampiamente utilizzato negli anni a fini motivazionali, non mi spingeva all’azione quanto invece il termine”risultato”.

Si tratta fondamentalmente di connotazioni del tutto personali, che però ho scoperto essere significative anche per molte fra le persone cui ho proposto le mie riflessioni, e per questo ho deciso di condividerle anche in questa sede.

Nella mia percezione, un obiettivo è un qualcosa che si situa, da qualche parte nel tempo e nello spazio, ad una certa distanza da me, qualcosa a cui tendere; un qualcosa che posso definire nei dettagli, ma non toccare. Un risultato è qualcosa di concreto che, prima o poi, ottengo: può non essere quello che ho desiderato, ma in ogni caso le mie decisioni e le mia azioni, o l’assenza di esse, ne generano sempre uno (o più di uno).

E ancora: un obiettivo è qualcosa di monolitico, che va interamente centrato o che, in caso contrario, non viene raggiunto affatto; un risultato può corrispondere in toto, parzialmente o per nulla all’idea che ne avevo, ma in ogni caso farà parte della mia vita e dovrò averci a che fare, imparare a gestirlo.

E infine: un obiettivo mi dice molto su quello che desidero cambiare, ottenere, raggiungere, ed è quindi proiettato nel futuro, mentre un risultato mi offre un feedback prezioso su quello che già ho ottenuto, con i miei comportamenti e le mie abitudini mentali del passato, e mi permette di valutare quale cambiamento di direzione nel presente potrà portarmi più vicina a produrre l’esito cui ambisco.
Insomma, si tratta “solo” di parole, che ero ormai abituata ad usare in un certo modo e in un certo contesto, e che, in determinate situazioni, possono risultare interscambiabili, eppure l’energia e la spinta all’azione che sento dentro di me usando la seconda invece della prima sono molto diverse.

Le logiche conseguenze di queste riflessioni sono state la riedizione del mio manifesto per il 2014, in primis, e la sostituzione della parola “obiettivi” con il termine “risultati” ogniqualvolta se ne presenti l’opportunità, con particolare attenzione al mondo aziendale il quale, pur opponendo una iniziale resistenza a quella che apparentemente risulta una sottile differenza semantica, apprezza la concretezza dell’approccio che ne consegue.

Altra conseguenza, meno evidente, è una continua attività di analisi sulle parole che usiamo abitualmente: quelle che abbiamo appreso nella nostra infanzia e che, nel tempo, hanno acquisito strati e strati di sfumature emotive non riconosciute (ad es. gentile); quelle di uso comune che ricorrono negli ambiti a noi più famigliari, come hobby e passioni, e hanno assunto significati più ampi e sfaccettati che in origine (ad es. vincere); quelle che sono state introdotte come gergo tecnico nella nostra quotidianità professionale e hanno finito per essere parte integrante del nostro dialogo, interno ed esterno, senza un effettivo approfondimento da parte nostra sulle valenze e connotazioni che abbiamo loro attribuito (ad es. bilancio, standing, funzionale).

Come per me nella dicotomia obiettivo/risultato, termini peraltro solo in parte sinonimi, è possibile che la nostra scelta di parole, a volte poco consapevole, stia sabotando la realizzazione dei nostri desideri invece di favorirla, e solo noi possiamo percepire la differenza di atteggiamento e di energia che viene generato dentro di noi dall’uso di una parola invece di un’altra. Ovviamente avere un coach che pone le domande giuste aiuta e rende il percorso più semplice e divertente!

ps. Per non lasciare il racconto in sospeso, vi confermo che, al check dei 6 mesi, i miei quattro risultati desiderati per il 2014 sono raggiunti in media al 50%, alcuni più e altri meno: qualcosa che non ricordo si sia mai verificato nella mia vita con tale precisione e puntualità!